By / 8th luglio, 2014 / Storia / No Comments

Isole di Diomede
Nell’antichità, le Tremiti erano chiamate Isole di Diomede perché, secondo una leggenda, vi morì e vi fu sepolto l’eroe greco Diomede che vi era approdato durante il suo viaggio di ritorno dalla guerra di Troia.
I compagni dell’eroe, narra ancora la leggenda, furono invece tramutati da Venere in uccelli marini: le « diomedee ».

L’imperatore Augusto (e questo è un fatto storico) esiliò alle Trèmiti la perversa nipote Giulia che vi rimase 20 anni e vi mori.

Ma le più interessanti vicende storiche di queste isole sono collegate alla celebre Abbazia  fortezza di San Nicola che giganteggia sull’isola omonima.

Dice lo scrittore Max David, che ha dedicato alle Trèmiti alcuni articoli pubblicati sul giornale « II Corriere della Sera »:
Abbazia di San Nicola
« L’Abbazia di San Nicola, fondata nell’VIII secolo, appartenne in un primo tempo ai monaci benedettini che vi giunsero dalla celebre Abbazia di Montecassino. Non si può dire che quei fraticelli fossero delle paste di uomini. La vita stessa che erano costretti a fare, soli, in mezzo al mare, fra pirati turchi e pirati dàlmati, li rendeva dei tipi quanto mai difficili.

Poco dopo essersi insediati nell’isola, si proclamarono indipendenti da Montecassino e si costituirono in repubblica, o qualcosa di simile. Immediatamente, papa Alessandro II promosse un’inchiesta e inviò alle Trèmiti un certo abate Desiderio il quale, avendo constatato che proprio ìl padre superiore, il padre Adamo, era stato il promotore della rivolta, lo sostituì con tale abate Trisimondo.

Ma i « dolci » fraticelli si ribellarono anche a. Trisimondo. Costui, però, domati gli insorti, si ribellò a sua volta a Montecassino che mandò giù a sistemare le cose un altro frate, padre Ferro.

Padre Ferro, come i suoi predecessori, non tardò ad essere preso dalla voglia dell’indipendenza e insorse anche lui contro Montecassino. Finché anche il papa perdette la pazienza e nel 1236 fece espellere dalle Trèmiti i Benedettini, sostituendoli coi Cistercensi. Questo per dire che razza di uomini erano gli abitanti di San Nicola ottocento anni or sono.

I Cistercensi, invece, erano dei sant’uomini, ma come sempre succede nelle cose di questo mondo, toccò proprio a loro, se vi furono colpe e malefatte, di scontarle per tutti. Fu un ‘fattaccio che per trovare l’uguale bisogna risalire al cavallo di Troia.

Dopo duecento anni di amministrazione benedettina, l’abbazìa aveva accumulato ricchezze favolose, tesori immensi e grandi proprietà terriere e immobiliari anche sulla riva gargànica che sta di fronte alle Trèmiti. Sulle due coste adrìatiche era noto a tutti che l’Abbazia fortezza di San Nicola nascondeva una colossale for-tuna ma, mentre dalla parte dell’Italia a nessuno passava per la mente di attaccare l’isola e di depredare i suoi frati, dalla parte opposta invece, nella Dalmazia, i marinai dei dintorni di Spalato e in particolare quelli di Almissa, decisero di intraprendere un’azione corsara contro l’Isola di San Nicola e contro i frati.

L’impresa, si sapeva, non sarebbe stata facile, anche se i Benedettini non c’erano più. Si sapeva che le fortificazioni rendevano inespugnabile l’isola e non si era ben sicuri che Ì Cistercensi fossero molto diversi, come spìrito guerriero, dai Benedettini di un tempo.

Coi i Benedettini ci sarebbe stato poco da fare. Erano furbi e coraggiosi, e poi erano dei politici. Avevano sgominato i Turchi alleandosi ai Dàlmati, poi avevano vinto i Dàlmati associandosi ai Turchi e infine, coi Turchi e i Dalmati insieme, avevano dato addosso agli Slavoni. Ma di che pasta fossero i Cistercensi nessuno ancora Io sapeva.

Ad ogni modo, i corsari di Almissa, pur dando inizio alla loro impresa con alcune barche da guerra e con un numero di uomini sufficiente, si proposero di agire più con la furbizia che con la forza.

In un giorno imprecisato del 1321, essi arrivarono, indisturbati, alla rada di San Nicola.

Due uomini, che sembravano pescatori, scesero subito a terra e, facendosi a .piedi tutta la lunga rampa che anche oggi si deve percorrere per arrivare dalla spiaggia all’abbazia, si presentarono al padre superiore dicendosi cristiani. Era successa una disgrazia in mare, dicevano. Un loro compagno era motto all’improvviso e ora bisognava celebrare le sue esequie alla maniera cristiana.

I due dàlmati vestiti da pescatori singhiozzavano come bambini, raccontando la storia del loro compagno morto improvvisamente in mezzo al mare. Se fossero andati avanti un altro poco il padre superiore, certo, si sarebbe messo a piangere anche ]ui. Era un cìstercense, non un benedettino.

Egli, infatti, si commosse presto e dette senz’altro le disposizioni necessarie. Ordinò a sei frati che accendessero sei ceri e che scendessero giù alla spiaggia per ricevere la salma del cristiano. Intanto, nella chiesa, gli altri frati avrebbero preparato un bel catafalco.

Era ormai tramontato il sole (i pirati avevano studiato l’ora più opportuna per la riuscita dello stratagemma) e i sei fraticelli che scendevano a due a due verso la spiaggia illuminavano coi brevi bagliori dei loro ceri le poderose fortificazioni.

Quando i sei frati giunsero sulla riva del mare, la notte era ormai fatta e si presentò ai loro occhi una scena davvero toccante. Le torce illuminavano le tre barche guerriere affiancate con la prua al vento. Sulla poppa della nave di mezzo stava la bara del povero « morto », che era grezza, di quattro assi inchiodate. Le ciurme erano in piedi sulle murate e nessuno avrebbe detto che si trattava di ciurme corsare della Dalmazia, tanto era intenerito e pietoso il loro aspetto intorno al corpo del compagno scomparso.

I frati dettero un’occhiata alla cassa, trovarono che tutto era a posto e consentirono al suo trasporto sulla spiaggia.

Ora bisognava disporre per la processione, e anche a questo pensarono i sei frati.

Un primo gruppo di corsari apriva il corteo. Veniva poi la cassa del « morto » portata a spalle da alcuni marinai. Seguivano i sei fraticelli, sempre coi loro ceri accesi, e il ,,corteo era chiuso dalla restante ciurma di cui ogni uomo recava una fiaccola con la mano destra.

La mano sinistra tutti la tenevano in tasca, ma il particolare sfuggi ai sei fraticelli. Infatti essi pregavano con la massima compunzione, e anche la ciurma pregava, sia pure a modo suo, mentre qualcuno dei corsari piangeva sommessamente o era agitato da profondi singulti.

L’eco dei pianti e delle giaculatorie arrivava fin su all’abbazia dalle cui mura tutti i frati del convento, sporgendosi verso il mare, seguivano l’avvicinarsi del corteo, alla luce delle fiaccole, lungo la ripida scarpata. Per loro, un morto forestiero nell’isola era una grande novità; era un fatto che prima non era mai successo.

Il rito cristiano della benedizione della salma era da poco iniziato nella chiesa dell’abbazia, quando uno della masnada emise un breve ed acutissimo grido di dolore. Era invece, per quei pirati, il segnale di attacco. Le torce furono spente all’improvviso e nel tempio rimase solamente la luce dei ceri dei frati. Poi, la bara che avrebbe dovuto contenere il morto, si scoperchiò violentemente, ne uscì un demonio di corsaro vivo che non avrebbe potuto essere più spaventoso a vedersi. Ed ebbe inizio il massacro.

I frati erano inermi, mentre i corsari erano armati anche più del necessario. La mano sinistra che nascondevano in tasca, stringeva, infatti, un pugnale.

Alla carneficina sembra che siano riusciti a sfuggire due soli cistercensì, mentre quasi tutto il favoloso tesoro di San Nicola finì nelle stive delle navi corsare.

Per più di trentanni, nessuno, né frate, né laico, ebbe l’ardire d’accostarsi alle Isole Trèmiti e ci volle tutta l’autorità dì papa Gregorio XII per convincere l’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi a mandare a San Nicola una prima pattuglia di audaci »,

I Lateranensi, per non correre a loro volta gravi rischi, trasformarono il convento in una fortezza che resistette, il secolo seguente, ad un assalto della flotta turca. L’abbazìa, inoltre, estese i suoi possedimenti nella Puglia, nel Molise e nell’Abruzzo, assoggettando al proprio dominio città, castelli con laghi, boschi e campagne. Decine di navi di proprietà del convento andavano e venivano da questi possedimenti alle Trèmiti, cariche dì ogni ben di Dio.

Poi, tanta potenza a poco a poco diminuì, e quando nel 1789 Ferdinando IV di Borbone soppresse l’abbazia, i Lateranensi se ne andarono e per qualche tempo le isole rimasero deserte.

A ripopolarle ci pensarono i Borbonì inviandovi dei « lazzaroni » (vagabondi: napoletani, i quali ci si trovarono tanto bene da metter su casa. E fu in questo modo che le due principali isole dell’arcipelago, San Nicola e San Dòmino, si animarono di abitanti i cui discendenti, oggi, non sono più dei, vagabondi ma dei bravi pescatori che parlano ancora il dialetto napoletano.

Fino al 1943, tuttavia, una visita alle isole era rattristata dalla presenza di prigionieri politici ivi confinati dal governo italiano. Oggi, scomparso anche quel brano ricordo, le Isole Trèmiti, festose di colori e di luce, accolgono il turista con attrattive che, a parte i conforti e le distrazioni della vita moderna, nulla hanno da invidiare alle tanto decantate bellezze di altre isole italiane più famose.


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